Serena Scipione. La mia Africa: la dolcezza in Tanzania e un’estate di volontariato internazionale per la campionessa di Nuoto

ott 7th, 2014 | By | Category: Primo piano, Vivere lo Sport
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Civitavecchia Lunedì 15 settembre 2014
Africa mia io ti conosco. Un biglietto, un aereo, una destinazione che l’attende. Per la campionessa paralimpica Serena Scipione, la seconda metà di agosto è stata un pò diversa da tutte le altre: nessuna vacanza, ma tanto volontariato. Un’estate di volontariato internazionale per la nuotatrice Serena Scipione.

“Il nuoto mi dà una gioia fisica, il volontariato mi restituisce una gioia nel cuore”,

esordisce così, a Swimbiz, la nuotatrice paralimpica Serena Scipione, dopo la sua esperienza in Africa.
“Ho trascorso tre settimane in Tanzania, con l’associazione di cui faccio parte: l’onlus romana ‘Venite e Vedrete’”.

La sua non è stata solo una parentesi estiva,
“la nostra attività continua tutto l’anno: organizziamo eventi per la raccolta fondi che portiamo in Africa”.
E dal nulla nasce la vita,
“da un’estate all’altra è stata costruita una casa famiglia in un villaggio della Tanzania e durante la nostra permanenza abbiamo assistito anche all’inaugurazione.

Ora mancano solo piccole rifiniture e poi è pronta per accogliere i bambini.

E’ stata un’immensa soddisfazione”.
Un’esperienza gratificante ma impegnativa per l’atleta romana, tesserata per il Santa Lucia,
“noi andavamo nei villaggi per distribuire cibo e vestiti: piccoli gesti che per loro sono importanti”.
Serena racconta anche del suo momento più emozionate,
“l’incontro con Andrea, un bambino di 8 anni che ho adottato a distanza un anno fa. Io, con il mio contributo, mi occupo della sua istruzione e gli piace la scuola”.
Intanto Serena, a fine settembre tornerà in acqua a pieno ritmo e dice
“vediamo cosa ne esce fuori e io lo accolgo a braccia aperte”.

 

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Believe to be Alive:

all’Udienza con Papa Francesco una delegazione paralimpica di 3.500 persone
“Vi ringrazio di essere così numerosi e festosi – ha detto Papa Francesco salutando con il consueto calore e trasporto la platea della Sala Nervi- portate con voi l’esperienza di sportivi, uomini e donne, portate con voi le conquiste, i traguardi raggiunti con fatica, siete testimoni di quanto sia importante poter condividere il percorso insieme agli altri, dandosi una mano, perché ognuno dia il meglio di sé. Portate un messaggio di speranza e di incoraggiamento, la disabilità che sperimentate in qualche aaspetto del vostro fisico mediante il sano agonismo si trasforma in un messaggio di incoraggiamento per quanti vivono in situazioni analoghe. Lo sport è un invito a favorire la cultura dell’inclusione, e respingere la cultura dello scarto, a superare le barriere che ci sono fuori di noi e soprattutto dentro di noi. Lo sport ci aiuta a vivere le differenze, a fare di esse un’occasione preziosa di reciproco arricchimento e scoperta, a scoprire delle potenzialità che non immaginavamo. Nel vostro sforzo, per un mondo senza barriere, per un mondo senza esclusi, non siete soli”.

Ha speso parole di viva partecipazione e simpatia per il movimento paralimpico il Santo Padre, nel giorno del suo onomastico ospite della numerosissima delegazione paralimpica di circa 3.500 persone, in visita dal Papa in occasione di Believe to be Alive, la due giorni di promozione dello sport per le persone disabili che domani, domenica, vedrà allestiti su Via della Conciliazione campi sportivi paralimpici aperti a tutti, pellegrini, turisti, semplici curiosi.

Luca Pancalli, visibilmente emozionato, ha portato il saluto di tutto il movimento: “Di fronte a Lei, Santità, non voglio nascondere l’emozione, grazie peril dono che ci ha fatto. Le parole di un piccolo uomo come me no possono descrivere la nostra gratitudine ed il nostro affetto. Questi ragazzi con disabilità fisiche, sensoriali o intellettive, insieme alle loro famiglie, sono i più autentici testimoni di quell’amore per la vita di cui lo sport paralimpico vuole essere il messaggero e comunicatore. Con loro le società sportive, i dirigenti. Tutti crediamo nello sport come strumento di una sfida educativa, ma soprattutto come strumento riablitatore della società e della cultura. Noi cerchiamo di cambiare la cultura dei Paesi anche con questo mesasggio sportivo. Se gli atleti abili hanno i cerchi olimpici, noi abbiamo tre agitos che simbolizzano la mente, il corpo, lo spirito, la forza di chi è caduto e si è rialzato. Lo dice Lei, Santità, non lasciatevi rubare la speranza. Ecco, noi la speranza la coltiviamo ogni giorno attraverso lo sport. Un vincitore è soltanto uno che no smette di sognare. Noi continuiamo a farlo attraverso lo sport”.

Prima dell’arrivo del Santo Padre, lo spettacolo affidato all’Orchestra Iuvenilia di Santa Cecilia, alla voce di Annalisa Minetti, velocista paralimpica non vedenti qui in veste di cantante, che dopo aver chiamato un grazie collettivo, che è stato fragoroso, ha intonato la canzone ‘In Volo’ con cui ha vinto Sanremo, ‘Senza te o con te’ “per dimostrare a tutti che tutto è possibile. Come ho cominciato a correre? Credo di aver non scelto questo percorso – ha continuato-, ma mi sono fatta scegliere da Dio per compiere questa missione. E poi, amo le sfide, il cronometro non l’avevo mai visto prima di allora, ma mi sono detta che non era impossibile. Dico a tutti, provate, io corro per tutti quelli come me, non per un mio traguardo personale”, alla danza di Simona Atzori, ballerina senza braccia. Oscar De Pellegrin, arciere con sei Paralimpiadi alle spalle, l’ultima, Londra2012, quella che gli ha regalato il sospirato oro, è uno degli atleti che si sono presentati sul palco della Sala Nervi: “Sulla vita potevo trovare un nuovo modo di esprimermi, anche dopo quello che io chiamo l’incontro con il destino, a 21 anni, quando avevo progetti e sogni. Alla fine oggi affermo che dallo sconforto è arrivata la mia fortuna, e tutta la gente intorno che mi ha dato tanta forza di combattere. Nessun ostacolo è insormontabile, questo voglio dire, e anche che le sconfitte sono quelle che insegnano di più, non le vittorie”.

Assunta Legnante, ha raccontato la sua storia sportiva: “Ho iniziato con la scuola, classici giochi della gioventù, io le facevo tutte, corsa salti, lanci, riuscivo meglio nel getto del peso, lì è cominciato tutto, la corsa al sogno, che erano i Giochi Olimpici, sono stata la prima azzurra a gettare a 19mt e 20, ancora record italiano imbattuto indoor. Poi la cecità, è come se qualcuno ha stoppato il mio film all’improvviso, ha messo ‘pausa’. Andando a Pechino nel 2008 il sogno l’avevo raggiunto, poi nel 2009 qualcuno ha giocato con quel telecomando, e ha detto ‘Assuntì, che vogliamo fa?’. Mi sono chiusa, i miei compagni atleti della FIDAL mi chiamavano, ma io volevo stare sola. Poi si è accesa la luce, io non volevo chiudermi a casa e dipendere dagli altri, allora ci ho provato. Adesso anche se ci sono limiti fisici e pratici, cerco di non pormi limiti negli obiettivi, manca 1mt e 70 circa alla misura che facevo vedendo, vediamo”.

Colonnello Punzo: “Stiamo scrivendo una pagina di storia civile importantissima, oggi donne e uomini militari disabili sono partecipi di un modo di vivere lo sport che ha grande valore civile, culturale. Noi non siamo solo disabili, ognuno di noi ha un’identità particolare, e tutti siamo felici di stare qui a scrivere un nuovo futuro, di compiere questa missione sociale di reintegrazione. La mia esperienza? Quando sono stato ferito, 8 anni fa, quando ero bersagliere, pilota di elicotteri, non dipendevo dagli altri. Oggi posso dire che quel trauma è stato rigenerativo perchè mi ha portato a vedere nuovamente gli altri. Quando facevo riabilitazione, ho conosciuto l’arco, l’ho subito associato alla mia condizione come una nuova possibilità, tutta da vivere”.

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