Lo sport non è mio, non è suo, non è degli amministratori, non è …

giu 11th, 2013 | By | Category: Vivere lo Sport
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417Lo sport non è mio, non è suo, non è degli amministratori, non è degli sponsor: è della città
Premesso che, visto il calendario e le temperature di quest’ultimo periodo, non mi sembra proprio il caso di parlare di estate calda ( né tantomeno dire che” continua”), vorrei fare alcune osservazioni riguardo l’articolo LASCIATE MORIRE IL CIVITAVECCHIA CALCIO apparso sulle pagine sportive del quotidiano LA PROVINCA in data 7 Giugno 2013.

La mia attenzione in modo particolare è stata attirata dalle domande che il Sig. Valentini si pone e pone ai lettori ed alle quali, appunto come lettore, intendo dare le mie risposte.

Domanda numero uno: perché tanto interesse da parte dell’amministrazione nei confronti di una squadra le cui dirigenze hanno fallito? Perché non lasciare che il destino faccia il suo corso?

Beh, devo dire caro Valentini, che qui mi sembra un po’ “cattivello”negare aiuto e soccorso a chi ne ha bisogno semplicemente per colpa di persone incapaci che hanno fatto il male di quella società; non si possono far pagare ad altri colpe che non hanno. Lei stesso dice che il club ha fatto di tutto per morire, quindi non vedo niente di male se adesso l’amministrazione comunale si sta impegnando per trovare persone ed imprenditori che si possano impegnare ad evitare questo ” suicidio”.

Domanda numero due: perché si considera il Civitavecchia Calcio come la realtà più importante della città quando nel ” team senior” ( perché non dire prima squadra?) son quasi totalmente assenti giocatori della nostra città ed allo stadio ci vanno solo 100 persone?

Bene. A me risulta che il titolo di squadra più importante della città non sia dato dalla presenza di giocatori “indigeni” che vi giocano; se fosse così nessuna squadra di serie superiore, dalla C per finire alla serie A, rappresenterebbe la compagine più importante della propria città, in nessuno sport. Ed in un certo senso sono d’accordo con lei, magari potessimo partecipare a tutti i campionati nazionali con compagini formate da elementi locali: glielo dice uno che ha vissuto molto da vicino l’epoca d’oro della pallanuoto, quella, per intenderci, degli “scugnizzi” di Alfio Flores.

Non si può togliere l’etichetta di “importante” ad una compagine solo perché non ci sono elementi locali.

E poi, parliamoci chiaramente, a dare importanza ad uno sport , ad una squadra, siete voi giornalisti con lo spazio e il tempo che gli dedicate, con i titoli che fate; vengo dal suo mondo, sono stato cronista sportivo ( e di altro), anch’io un po’ queste cose le conosco.

Perché il suo giornale dedica quotidianamente quattro pagine al “verdecalcio” e non per esempio al “verdebasket”? Devo suggerire la risposta?

A proposito poi delle 100 persone lei sa benissimo che basterebbero poche vittorie perché il Fattori possa tornare a riempirsi. Ed allora perché parlare di morte e non di vita, la vita di un società che, se fosse ben gestita, attirerebbe centinaia di persone allo stadio?

Terza domanda. Questa volta ne faccio una io. Quali sono le società che si trovano nelle stesse condizioni del Civitavecchia Calcio, che rischiano cioè di sparire, essere cancellati come società? Non iscriversi al campionato di appartenenza è una cosa triste ed avvilente, ma non significa certo morire, come lei, mi sembra di capire, vorrebbe che avvenisse del Civitavecchia Calcio. A questo punto è bene fare una precisazione: non sono un calciofilo, provengo dal mondo del basket, immagini un po’, per cui quello che dico, lo dico non perché spinto da morboso attaccamento al calcio, ma solo perché da sportivo è quello che penso. Tutti gli sport vanno aiutati, ma credo che debba esistere come, al Pronto Soccorso, un codice che stabilisca l’urgenza e la priorità d’intervento. Certo male farebbe l’amministrazione se non si prendesse cura anche di altre discipline sportive, ma qui non si tratta di permettere al Civitavecchia Calcio di partecipare a campionati superiori alle sue possibilità economiche, mentre ad altri questo viene negato, si tratta, lo dico per l’ennesima volta (d’altra parte mi rifaccio al suo scritto)di non far morire un glorioso club che è stato, non dimentichiamolo, Campione d’Italia.

Ultima domanda: perchè gli imprenditori dovrebbero investire valanghe di soldi per sollevare un club vicino alla morte sportiva?

Quale tornaconto, quale vantaggio ne otterrebbero.

Quale ritorno di immagine?

La risposta è semplice.

Lasciamo decidere a loro. Ognuno con i suoi soldi fa quello che vuole. Se sono imprenditori seri valuteranno bene la situazione, decideranno loro se investire o meno. Affrontare il rischio o no.

Alla fine lei torna ancora sul problema dei 100 spettatori, domandosi chi può investire migliaia di euro per una squadra che richiama un drappello così esiguo di spettatori.

Qui lei dimentica un concetto abbastanza lapalissiano. Se lo sponsor investe la squadra si rafforza, se la squadra si rafforza vince, se vince aumentano gli spettatori, se aumentano gli spettatori si supera il numero di cento.

Per concludere, da vecchio cronista a giovane cronista sportivo, mi permetta di dirle una cosa: non è bello volere la fine di una società né tantomeno che questa venga promulgata dalle colonne di un giornale.

Credo al contrario che bisognerebbe lavorare perché questo non accada; il che non significa assolutamente esimersi dal dire la verità o dal sollevare critiche, anche aspre, quando queste abbiano motivo di esistere: laddove però percorrano la strada di uno spirito costruttivo.

Lo sport non è mio, non è suo, non è degli amministratori, non è degli sponsor: è della città.
Stefano Cervarelli

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