Lo sport come crescita

feb 14th, 2016 | By | Category: Vivere lo Sport
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di Marisa Muzio, psicologa dello sport -   www.sportivamentemag.it -Scuola dei genitori e Bollino Azzurro: ne avete mai sentito parlare? E dei bisogni di un atleta adolescente, in riferimento ai suoi modelli? Qual è nel processo di maturazione il ruolo degli adulti?

Lo sport come crescita

Quanto conta lo sport nella crescita di una persona, in particolare di un adolescente? 

Quanto concorre a farne un adulto consapevole, e quali danni può produrre, se lo sport è proposto malamente?
E ancora, qual è il vero ruolo degli adulti nel processo di crescita dei giovani atleti?
Domande che è bene porsi, viste le pressioni familiari (le aspettative dei genitori, la “voglia matta di avere un figlio campione”) che si propongono un po’ ovunque e le richieste competitive (spesso sproporzionate all’età e alle capacità di un giovane atleta, da parte di alcuni allenatori).
Se a tutto questo aggiungete una didattica discutibile – alcuni allenatori non ricordano il loro ruolo di educatori – e l’inadeguatezza di alcuni adulti, ecco spiegato come mai cadano le motivazioni di taluni giovani a fare sport.
Di qui l’abbandono precoce e, talvolta, il consegnarsi di alcuni adolescenti a un mondo senza sport, scuola, regole, senza neppure sbocchi lavorativi leciti, tanto da diventare casi in mano al Tribunale dei Minori.
Famiglia, scuola e socie¬tà sportiva, i tre cardini del mondo di un giovane sportivo, dovrebbero soprattutto saper leggere i bisogni dell’atleta nel suo proces¬so di maturazione, in cui molto è mimesi, cioè imitazione.
Del campione di riferimento, un modello automatico per i giovani atleti. Anche qui: quanto incide il campione? Moltissimo, se il grande atleta sa raccontare come si affronta il successo, come ci si allena a gestirlo, comprese le reazioni emotive.
Per costruire il futuro, il campione lavora su di sé, sulla fiducia, sul senso di efficacia personale. Lo stesso deve saper fare il giovane atleta. Conta quello, il talento da solo vale poco.
TALENTI PLURIMI
“Uno su mille ce la fa, ma quanto è dura la salita!”. Ogni anno sui campetti in ogni parte del mondo si presentano bambini che sperano di essere, in futuro, tra i pochissimi protagonisti della canzone di Gianni Morandi: calciatori affermati, di successo. Strada lunga, faticosa e ricca di ostacoli quella che porta in vetta, riservata solo a chi talento. Anzi, più d’uno.
Bisogna parlare di talenti, di una pluralità: non bastano il controllo di palla, la coordinazione, il tiro. Oltre alle abilità motorie e tecniche per giocare a calcio occorrono doti fisiche: in primis forza eresistenza.
E poi doti psicologiche: dato che il calcio è uno sport di situazione, la qualità più importante – anche per un giovanissimo calciatore – è saper risolvere, in breve e in maniera efficace, le diverse situazioni che una partita presenta, quali ad esempio l’uno contro uno o il due contro uno.
L’analisi dei talenti non è finita: occorre saper resistere alle pressioni, la capacità di vivere positivamente l’esperienza sportiva, di continuare a divertirsi giocando.
PUNTI DI RIFERIMENTO
Durante la crescita si modificano i punti di riferimento: nell’infanzia la fami¬glia decide per il bambino, sceglie l’attività sportiva per lui, motivandolo. Nell’adolescenza conta sempre di più il gruppo dei pari, dei coetanei.
Da bambini si aderisce istintivamente ai gruppi, da adolescenti si mette tutto in discussione, soprattutto si seguono i pari età di fascino L’adolescente chiarisce quel che vuole essere, quello che non gli va di essere o di diventare, i modelli che accetta e quelli che rifiuta. In maniera categorica.
DALLE CRONACHE
Vediamo ora alcuni esempi utili, tratti dalle cronache: volley femminile under 16, l’arbitro prende decisioni non condivise dal pubblico, ignaro delle modifiche regolamentari.
L’atmosfera si fa incandescente, con insulti e minacce del pubblico alle giocatrici e all’arbitro. Disorientamento e lacrime delle ragazze, con l’arbitro che decide di sospendere l’incontro ed espellere i genitoritroppo tifosi.
I giovani atleti fanno insomma rapidamente i conti con il tifo scorretto. Siamo arrivati anche allo sciopero dei baby calciatori di una società dilettantistica di Empoli, in Toscana.
I piccoli sono scesi in campo senza giocare, reggendo striscioni dalle scritte eloquenti: “Genitori non litigate, fateci giocare”, ”No alle parolacce, si al divertimento”.
Una scelta che ha fatto discutere, visto che il calcio dilettantistico non può fare a meno dei genitori, che supportano, a livello organizzativo e gestionale, l’attività dei figli.
FAIR PLAY INUTILE
Anche gli allenatori di livello hanno il loro bel daffare: ha fatto scuola il caso del 2009 di cui è stato protagonista Bepi Pillon, allora allenatore dell’Ascoli: la sua squadra va in gol mentre un avversario è a terra dolorante.
Lui ordina di restituire il favore. A fine partita, persa dall’Ascoli, giocatori e allenatore rimangono un paio d’ore ore negli spogliatoi. Fuori, non meno di 400 scalmanati che li assediano. Commento di Pillon: «Non so se lo rifarei».
UN MINUTO DI RIFLESSIONE
Quando si ragiona di cultura di sport, dei suoi valori da trasmettere ai più giovani, bisognerebbe adottare un timeout, un minuto di riflessione.
Per uscirne con un interrogativo risolto: è giunto il momento di tornare a scuola di sport.
Ma come?
Un mondo dello sport da riedificare, una cultura da diffondere ripartendo dalle basi. Dall’educazione degli educatori.
Con queste premesse è nata, a Milano, l’iniziativa di Parents’ School, la Scuola dei genitori: cicli di incontri serali, sul mo¬dello americano, dedi¬cati a genitori, allena¬tori, istruttori.
A colo¬ro che, per lavoro o per passione, insegna¬no lo sport ai ragazzi.
La Scuola dei genitori negli Stati Uniti è una realtà collaudata: in alcuni campionati, addirittura, i ragazzi non vengono convoca¬ti dall’allenatore se i loro genitori non han¬no presenziato agli in¬contri. Tutti modelli positi¬vi da importare e imi¬tare.
IL BOLLINO AZZURRO
La risposta degli addetti ai lavori ha fatto nascere l’idea del Bollino Az¬zurro, una certificazione che dà cre¬dito alle società che si impegna¬no a diffondere la cultura di sport.
Non a parole, ma con fat¬ti documentabili.
Perché il Bollino Azzurro viene rila-sciato soltanto se la società sportiva aderisce a uria speciale Carta dei Valo¬ri che riporta i principali comanda¬menti del corretto comportamento genitoriale. Alcuni spunti, condivisibili: “Incoraggiatelo, ma non allenatelo. Per quello c’è già il mister”; “Non opprimetelo con il vostro passa¬to sportivo“; “Non ditegli mai che vin¬cere è l’unica cosa“. E via seguitando.
La Scuola dei Genitori e il Bollino Azzurro sono una sfida intelligente. Occorrerà tempo, disponibilità delle istituzioni e consapevolezza del mondo dello sport.
Ai vari livelli.
Ma la semina è iniziata da almeno un paio d’anni, ora si attendono i frutti.
di Marisa Muzio, psicologa dello sport

 

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